Il giovane architetto che sta reinventando lo spazio abitativo

Antonino Cardillo: questione di fusion

FOTO SIMONE GREGGI

Ha iniziato da “poco” ma una cosa va detta senza esitazione: è bravo. Si chiama Antonino Cardillo, fa l’architetto e ha molto da dire, ma soprattutto da fare. Classe ’75, originario di Erice, Sicilia, si laurea cum laude all’Università di Palermo nel 2002. La sua tesi per un acquario “ON” (porto di Trapani) lo porta all’attenzione di molti.
Tra i suoi sostenitori: London Design Festival, Victoria & Albert Museum, Sergio Rossi, Nomura Koumuten Corporation. Si fa le ossa con diversi lavori tra sperimentazione e nel 2009 viene selezionato tra le migliori 30 nuove promesse nell’architettura – in mezzo a profili provenienti da tutto il mondo – dalla prestigiosa rivista di architettura e design Wallpaper.

«Da lì è nata una dinamica interessante – dice sorridendo l’architetto – perché in quello stesso periodo Sergio Rossi cercava qualcuno per rinnovare lo showroom a Milano. In un modo del tutto inusuale per l’Italia Rossi contatta la stessa rivista che gli fa il mio nome. Ricordo bene lo stupore da ambo le parti, io ero alla prima esperienza su un tema del genere». La soluzione richiedeva: 2 mesi per completare il progetto e 10 giorni per  realizzarlo. Una sfida con limiti tangibili, eppure gli viene data “carta bianca”. Così nasce un’occasione.  Il suo linguaggio sincretico fa convergere nello showroom gli stilemi di Milano e l’impressione di essere in una dimora riservata. Un successo. Nel frattempo e prima ancora, Cardillo ha tenuto conferenze al Chelsea College of Art and Design di Londra. Le sue opere sono state esposte in svariati eventi, tra cui la quarta Biennale Internazionale di Architettura di Rotterdam, l’Artindex di San Pietroburgo e la mostra del musicista John Foxx a Londra.

Romantico per natura, lavora cercando il senso dell’architettura contemporanea, scrive il suo Manifesto e lo espone insieme ai suoi progetti. «L’architettura è come un libro: va saputa leggere, e va saputa scrivere. Ognuno ha i proprio riferimenti, ma penso – prosegue Cardillo – che in un mondo globalizzato l’approccio della nuova architettura debba andare nella direzione di una fusione delle culture, trovando le relazioni da valorizzare, senza omologare.

Foto © Antonino Cardillo

La ricerca in architettura si è fermata 15-20 anni fa, “sedotta” dal minimalismo e dall’omologazione. Invece un progetto è parte del sito che lo ospita con il suo bacino culturale, a quello va aggiunto il bagaglio dell’architetto e del fruitore dello spazio, così da arrivare ad un’estetica di confluenza di percorsi e storie». Un cortocircuito programmato che enfatizzi la cultura, insomma.

«La luce – sostiene Cardillo – è, per un edificio, come l’aria che immettiamo nel nostro corpo, e io sono in grado di vedere gli edifici che respirano luce. L’architettura è l’interpretazione che essa stessa dà della luce: così come la musica è suono, l’architettura è luce.

E se la luce è la materia prima che l’architettura utilizza, il riverbero, proprio come nella musica, è l’unità di misura delle sue distanze. La luce, quando incontra la materia solida, cambia la propria natura e forma, trasformando tutte le altri superfici in un gioco di divisioni, fino a che non sfuma nell’oscurità».

Antonino Cardillo ha fondato lo studio a Roma nel 2004, ma poi  – grazie a una grande padronanza della tecnologia e di quasi 5 lingue – lavora spostandosi da Milano a Londra, fino ad Osaka. A marzo fa un salto anche in Brasile per aggiungere un tassello al percorso. Dove sarà mentre leggete non è importante perché basta mandargli una e-mail per raggiungerlo. Con uno stile a metà strada tra Louis Khan e Ettore Sottsass, l’autarchico Antonino lavora ai suoi progetti seguendoli uno ad uno personalmente.

Claudia Ferrauto


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